Manet a Venezia

Riemerge a Venezia anche l’anima italiana di Édouard Manet: la mostra “Manet Ritorno a Venezia” – negli appartamenti del Doge al Palazzo Ducale della città lagunare fino al prossimo 18 agosto – ha infatti il merito di svelare l’alterno fluire della imprescindibile lezione italiana per l’artista . Se già Baudelaire, Zola e Malraux avevano posto l’accento sull’importanza della pittura spagnola di Velasquez e Goya per il pittore parigino, appaiono con chiarezza ora come non meno fondamentali per il museo ideale di questo grande artista le derivazioni e le molteplici reminiscenze transalpine.

L’esposizione, come di tutta evidenza dall’eccezionale ed emozionante accostamento della sfrontata Olympia alla Venere di Urbino prestata in via del tutto eccezionale dal Museo degli Uffizi, mina così definitivamente convenzioni fin troppo ripetute, ovvero che l’arte francese, e quella di Édouard in particolare, abbia raggiunto la propria indipendenza, sincerità e naturalezza solo nel respingere l’influenza del classicismo italiano. Ed è davvero emozionante vedere come la lezione tizianesca sia stata rivisitata eliminando certo – e la cosa è posta in risalto dal confronto ravvicinato – lo sfumato e i chiaroscuri e imponendo la linea fortemente tratteggiata, secondo un cromatismo di contrasto e di rapida stesura del colore, eppure avendo sempre come presenza costante di riferimento la celeberrima esecuzione del maestro veneto. Due interpretazioni della donna e del nudo così diverse eppur “vicine”, che già al solo apparire destarono entrambe scandalo, secondo corsi vichiani ben noti anche alla storia dell’arte e che nel passare del tempo preservano intatto il loro fascino.

Schematizzazioni dunque, dicevamo, quelle sull’allontanamento dal precedente classico all’italiana rese già dubbie dalla nota ammirazione di Manet per Tiziano prima di tutto, e che – come la mostra pone in evidenza – costituiscono un ingiusto velo alla lezione di maestri quali Tintoretto, Giorgione, Andrea Del Sarto, riecheggiati a più riprese dall’artista francese che li ammirò di persona nei suoi tre viaggi in Italia nel 1853, nel 1857 e nel 1874. Numerosi gli spunti di nuova lettura critica che hanno portato i curatori a raffronti evocativi fin qui mai immaginati, come quello fra Le Balcon e le Due dame veneziane di Carpaccio, o a quello ancor più suggestivo fra il portrait di Émile Zola e il ritratto di Giovane Gentiluomo di Lorenzo Lotto. La mostra curata da Stéphane Guégan e fortemente voluta dal presidente del Museo D’Orsay Guy Cogeval e dal direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, Gabriella Belli, si è avvalsa per l’allestimento del percorso espositivo dell’architetto Daniela Ferretti . 80 le opere in mostra tra cui oltre alla celeberrima Olympia, eccezionalmente prestata – come ci tiene a precisare il presidente del Museo D’Orsay Cogeval «con il consenso della stessa Présidence de la République» – capolavori assoluti come Le Fifre, Le Balcon, Sur la Plage, La Lecture, Portrait de Mallarmé.

Grand Canal

credits:  Il Sole 24 Ore 

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